La Nakba e la forza della memoria

15 maggio 2015 – La Nakba una catastrofe per i palestinesi che continua, ma nel 1948 i palestinesi erano 1.400.000 oggi anche se la più della meta sparsi nel mondo, sono più di 12.milioni. …. sì, Israele dovrebbe chinare la testa …come dice un israeliano che dice la verità: Gideon Levy

Quanto più Israele soffoca la Nakba, tanto più se ne rafforza il ricordo
Come sarebbe bello se Israele permettesse ai suoi cittadini di minoranza di meditare sulla loro sventura e rispettasse almeno il loro dolore.
di Gideon Levy, Haaretz 14 maggio 2015

Domani lo Stato di Israele dovrebbe chinare la testa. Dovrebbe chinare la testa in segno di solidarietà e di partecipazione al dolore di un quinto dei suoi cittadini e prendersi la responsabilità della loro tragedia; chinare la testa e chiedere scusa per ciò che è accaduto.
Domani, 15 maggio – la data in cui fu proclamato lo Stato di Israele – è il Giorno della Nakba, l’anniversario della catastrofe per il popolo palestinese; un giorno per commemorare i suoi caduti, la perdita dei suoi villaggi e della sua terra. Non c’è bisogno di essere palestinese per riconoscersi nel loro dolore; puoi essere ebreo israeliano o anche sionista e rispettare coloro per i quali il tuo Giorno dell’Indipendenza segna l’inizio della loro tragedia. E non c’è nemmeno bisogno di accettare la narrazione storica palestinese per riconoscere che il popolo nativo soffrì un terribile disastro.
Si può rispettare il dolore dell’altro, dolore sulla cui esistenza storica non ci sono dubbi, e, se vogliamo essere onesti e coraggiosi, possiamo anche chiederci se lo Stato di Israele ha mai fatto ammenda per quello che fece nel 1948, deliberatamente o per errore, con premeditazione o per scelta obbligata. Ha mai rinunciato alla politica che provocò la Nakba? Non è forse la stessa politica di espropriazione, occupazione, oppressione, distruzione ed espulsione che continua fino ad oggi, 67 anni dopo il 1948 e 48 anni dopo il 1967? Il Giorno della Nakba dovrebbe essere un giorno di commemorazione nazionale, anche se riguarda una minoranza, così come si celebra la Mimouna, la Saharna e la Sigd (ora festa nazionale per legge), sebbene appartengano alle tradizioni di gruppi di minoranza. Ci dovrebbero essere suoni di sirene e cerimonie commemorative nelle comunità arabe dello Stato e speciali televisivi in tutto il paese.
Ma tutto questo sembra delirante. La settimana scorsa, durante una visita che gli ambasciatori stranieri facevano a Radio Esercito, una diplomatica occidentale ha chiesto del tutto candidamente se quella popolare stazione trasmetteva musica araba. I padroni da casa hanno pensato che fosse un po’ fuori di testa. Anche chi si azzarda a pensare che lo Stato di Israele dovrebbe celebrare il Giorno della Nakba è fuori di testa; peggio, è un traditore.

Ma in verità non c’è miglior prova dell’insicurezza di Israele sulla giustezza della sua causa, della battaglia che ha ingaggiato per proibire la commemorazione della Nakba. Un popolo sicuro della sua strada rispetterebbe i sentimenti della minoranza e non cercherebbe di calpestare la sua eredità e le sue memorie. Un popolo che sa che c’è qualcosa di terribile che brucia sotto i suoi piedi, vede ogni accenno a ciò che è accaduto come una minaccia alla sua esistenza.

Israele cominciò la sua battaglia contro la Nakba immediatamente dopo che era successa; non permise ai rifugiati di tornare alle loro case e alle loro terre e confiscò le loro proprietà abbandonate. Distrusse improvvidamente quasi tutti i loro 418 villaggi, li coprì con alberi piantati dal Fondo Nazionale Ebraico e impedì che ci si ricordasse della loro esistenza.
Si seguì il rozzo approccio secondo cui si può cancellare con gli alberi la memoria di un popolo, e sopprimere il suo dolore e la sua coscienza con le leggi e con la forza. Questo paese di monumenti proibì ogni monumento alla loro tragedia. Questo paese di giorni della memoria e di rimuginazioni nel dolore proibì il loro lutto. Ogni arabo che ha con sé una chiave arrugginita è considerato un nemico; ogni segnale che indica un villaggio distrutto è un’infamia.
Non solo non c’è giustizia in tutto questo, non c’è nemmeno convenienza. Più Israele cerca di soffocare la memoria, più questa si rafforza. L’Unione Sovietica cercò di fare la stessa cosa con i suoi ebrei e con le altre minoranze e non ci riuscì. La terza e la quarta generazione dopo la Nakba ancora ricordano, e sono anche più determinate delle precedenti. Hanno organizzato campi estivi proibiti sulle rovine di alcuni villaggi; non c’è nipote o pronipote che non sappia dove vivevano i suoi antenati. Una ferita nascosta non si cicatrizza mai.

Come sarebbe bello se Israele facesse qualche gesto simbolico. Come sarebbe bello se un Willy Brandt israeliano piegasse il ginocchio, si prendesse la responsabilità e chiedesse perdono; se il paese si coprisse di cartelli commemorativi di ciò che c’era e non c’è più. Come sarebbe bello se Israele permettesse domani ai suoi cittadini di minoranza di meditare sulla loro sventura – una delle più grandi e ininterrotte della storia – e rispettasse almeno il loro dolore.

(A cura di Assopace Palestina)

Foto: taybee.net
Foto: taybee.net

 

 

 

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