Marwan Barghouthi incontra i suoi figli

Marwan Barghouthy nel carcere israeliano di Hadarim, incontra per la prima volta, dopo 13 anni di detenzione, i suoi tre figli insieme, Qassam, Arab, Sharaf.
Ecco la sua lettera scritta dopo l’incontro avvenuto per 45 minuti.

“Il giorno 16 del mese di marzo 2015: il mese delle mandorle, della tenerezza, del calore, del sole, quando il clima è dolce e la temperatura mite

Il 12 marzo, durante una visita alla prigione dove sono rinchiuso, il mio amico e fratello, l’avvocato Elias, e l’avvocato Fadwa al Barghouthy, mia moglie e compagna di lotta, che con me condivide vita e sofferenze, mi hanno detto che il mio carissimo Qassam e i gli amatissimi Sharaf e Arab avevano ottenuto il permesso di farmi visita e che avevano deciso di venire insieme lunedì 16.
L’attesa è stata difficile e dura: con l’approssimarsi del giorno della visita, mi sentivo irrequieto e angosciato malgrado fossi impegnato a tempo pieno a studiare per l’università.
Durante le notti precedenti la visita, circondato dal silenzio, che cala sulle prigioni quasi fossero tombe nel buio e dietro le porte chiuse dove la maggioranza dei detenuti dormono, i ricordi della vita coi miei tre amati figli, i miei tesori, si succedevano come in un film.
Dei più di trent’anni trascorsi, ne abbiamo vissuto insieme poco più della metà. Mi sono ritornate in mente le difficoltà, le pene e le sofferenze vissute da mia moglie, che avevo lasciata sola a prendersi cura della casa e dei figli; cresceva i nostri figli e li proteggeva, insegnava, si guadagnava il pane e guidava la campagna per la mia liberazione: lei era un esempio non solo per la donna palestinese e araba, ma per tutte le donne del mondo, lei, la madre e la sorella e l’amica e il padre dei suoi figli.
Mia moglie ha dato e dà prova di fedeltà, amore e passione indomita, di eroica e tenace volontà di condivisione malgrado la lunga e arida separazione, la crudele solitudine e l’amarezza della prigione. Ha passato gli anni più belli della sua vita e della sua giovinezza da sola, badando alla casa, occupandosi della sua famiglia, dei figli e del marito prigioniero.
Da sola, senza mai tirarsi indietro, senza dar segni di debolezza o ritrarsi.
Fin dal primo giorno ha rifiutato di chiudersi in casa a piangere e maledire la sua sfortuna.
Ha lasciato la sua casa e ha iniziato a lottare e a combattere, percorrendo senza tregua i villaggi e i campi profughi, passando da una capitale all’altra, da uno Stato all’altro per ottenere supporto e sostegno alla lotta per la libertà di Marwan Barghouty e di tutti i prigionieri, alla lotta del nostro popolo per la libertà.
E questo suo ruolo eroico ha esercitato su di me una grande influenza, ha rinsaldato la mia capacità di resistenza e la mia determinazione, rendendomi più forte nei confronti dei nemici della libertà, dei nemici dell’umanità, di coloro che hanno ucciso, disperso e distrutto il nostro popolo. Lei era sempre lì, presente, con me, nella mia mente, nel mio cervello, nei miei sentimenti e nel mio cuore, presente in ogni pagina e fra le righe dei libri che leggevo, ora dopo ora; mi faceva compagnia nel buio della notte, illuminando i miei sogni nella cella dove ero rinchiuso, accompagnandomi nei giorni duri e difficili. Da lei ho tratto la determinazione e la volontà di continuare il cammino, le sue visite nutrivano i miei occhi di bellezza. Lei, una donna splendida, uno spirito fiero, orgogliosa della sua appartenenza nazionale, piena di dignità, sempre capace di vedere nel futuro una speranza, convinta che l’avvento della libertà era ineluttabile. Sebbene io abbia sempre cercato di darle forza, era da lei che la mia forza proveniva; da lei scaturivano l’amore, la passione, il rispetto e la considerazione. Lei ha sempre affrontato da sola le difficoltà e gli ostacoli di ogni genere che le si presentavano a ogni piè sospinto, senza scoraggiarsi o avvilirsi o disperarsi.

Nel corso della lunga attesa della prima visita in cui avrei incontrato insieme i miei tre amati figli, il mio ricordo è andato al giorno della nascita di Qassam. Anche allora mi trovavo in prigione ed ero al diciottesimo giorno di sciopero della fame nella prigione di Bi’r As-Sab’a, organizzato dai detenuti amministrativi. Rappresentavo allora i detenuti. Fu il mio avvocato a darmi la notizia che mia moglie aveva dato alla luce un bambino, la mattina del 3 marzo 1985, e che sia la madre che il bambino stavano bene. Il mio cuore si riempì allora di gioia e di felicità, per quanto potesse colmarsi di felicità il cuore di un affamato che ormai pesava solo 48 chili…
Tornai alla cella per dare ai miei compagni la bella notizia e per distribuire loro del sale, al posto dei confetti, per festeggiare la nascita di Qassam. Non avevamo altro che il sale per festeggiare, e la nostra volontà e la fede in una vittoria ineluttabile. Tentai poi, senza riuscirci, di disegnare il volto di Qassam…. E quando lo vidi per la prima volta, dopo alcuni mesi, durante una visita, guardandolo da dietro alle sbarre, senza poter toccarlo o prenderlo fra le braccia, rimasi a esaminarlo in silenzio paragonando quanto stavo vedendo a ciò che mi ero immaginato. Ero stupito di constatare la mia assoluta incapacità di immaginarmelo: davanti a me c’era un bell’angioletto, che grazie a dio era la copia esatta di sua madre. Lo presi fra le braccia mesi dopo, quando venni liberato.
E oggi mi trovo davanti Qassam, diventato un gran bel ragazzo alto, con la risata scoppiettante che ha sempre avuto sin da bambino. È in piedi accanto all’amato Sharaf dal volto raggiante, che sua madre ha partorito nel periodo in cui io mi trovavo in esilio perché ero stato espulso dalla mia terra.

Sharaf fin dalla nascita è stato un bimbo particolare, pieno di energia come Qassam e in continuo movimento, diligente e organizzato nelle sue cose, attento e impegnato nello studio. Non ha mai saltato un giorno di scuola e non è mai stato in ritardo neppure di un’ora: faceva i suoi compiti con diligenza, senza concedere nulla alla pigrizia. È un ragazzo che ama gli altri, che non sa cosa sia la gelosia o l’odio, dal cuore buono come mio padre, paziente, costante e ambizioso: ha sempre studiato dall’asilo fino alla conclusione del master con la stessa costanza, senza concedersi una sosta. Quando venni arrestato, lui era in prima media: oggi me lo vedo davanti accanto a Qassam, che lavora già da due anni dopo aver terminato gli studi all’università di Bir Zeit e in Inghilterra. Eccolo: un bel ragazzo, con il cuore che trabocca di gioia e di allegria. Sono stato molto felice quando mi ha parlato della sua ragazza, la ragazza che ha scelto come futura compagna della sua vita. Ho sentito che il suo cuore batteva forte quando mi parlava di lei e questo mi ha reso felice, perché io, con tutto me stesso, auguro ai miei figli di amare e di essere felici. Spero che godano la vita, loro e tutti i giovani simili a loro.

Quanto invece al mio amato Arab, lui è il più giovane dei tre e ha lo stesso, identico, carattere di Sharaf. È nato durante la prima guerra del Golfo e, sin dalla nascita, nonostante le condizioni estremamente precarie e la tensione crescente e il calore estivo e la temperatura elevata, è stato un bambino tranquillo ed equilibrato, che fa bene i suoi calcoli. Arab è un ragazzo diligente e perseverante, per il quale la sincerità dei sentimenti è un valore sacro. Il suo modo di sentire elevato, su cui dominano l’amore per gli altri, l’onestà e la rettitudine in ogni cosa, è la bussola della sua vita. Si informa, legge, e impara velocemente, ama la famiglia e i gli amici, fa funzionare il cervello senza interruzione ed è capace di trarre insegnamento da quanto succede. La sua infanzia è stata bella e piena di calore; è tenero nei confronti dei fratelli come se, invece del minore, fosse il maggiore. E si comporta con sua madre con l’amorevolezza di un padre, ed è premuroso con suo padre come se il padre fosse lui. Interagisce con gli altri, detesta far loro del male e non sopporta che si oltraggi o offenda un altro di fronte a lui. Crede profondamente nel nostro sacro diritto a questa terra e segue gli avvenimenti e quanto accade con interesse. Con la madre e i fratelli ha rapporti esemplari. Quando sono stato arrestato era in sesta elementare e ora, dopo aver conseguito la laurea all’università di Bir Zeit, lavora da tre anni in una delle imprese di Ramallah. Oggi è come era da piccolo: in lui vedo un giovane tranquillo e saggio che valuta per bene e con calma ogni passo prima di compierlo. Sa come scegliere, quando deve fare le sue scelte, cosa scegliere e perché.

Dopo essere venuto a conoscenza della data della visita, per me i giorni hanno preso a scorrere con estrema lentezza, del resto i giorni sono sempre così in prigione, ma le notti erano lunghe e difficili. Col passare del tempo e l’avvicinarsi del fatidico appuntamento, dentro di me cresceva la paura che succedesse qualcosa che rendesse impossibile la visita, soprattutto perché sarebbe dovuta avvenire il giorno prima delle elezioni israeliane. Il governo dello Stato che occupava la nostra terra di solito varava misure speciali durante le feste e in altre occasioni particolari. Non era raro che ordinasse la chiusura dei Territori palestinesi occupati: il governo israeliano si comporta come se il popolo palestinese fosse rinchiuso in una grande prigione di cui lui solo detiene le chiavi. Proprio come fa con noi, rinchiusi nelle celle delle loro prigioni… La chiusura dei Territori palestinesi avrebbe significato la cancellazione delle visite ai prigionieri. E ancora: mi prefiguravo che Qassam venisse respinto al posto di blocco e gli fosse vietato l’ingresso alla prigione, per poi magari concederglielo solo dopo averlo fatto tornare indietro e dopo una lunga attesa. Qassam, era uno di noi, arrestato mentre tornava a casa dall’Egitto, aveva passato nella mia stessa cella di prigione un mese e per quattro anni è rimasto in carcere ma venne trasferito lontano da me in un altra prigione.

Il giorno stabilito mi sono svegliato prima del solito e sono uscito per un’ora nel cortile della prigione, come faccio ogni giorno verso le 7.30 per far ginnastica fino alle 10. Mentre eseguivo gli esercizi, come del resto durante tutta la notte precedente, mi sono concentrato per prepararmi a quel primo incontro nel quale si sarebbero trovati insieme tutti e tre i miei figli, per la prima volta dopo il mio arresto di tredici anni fa. Sarei dovuto stare attento a non mostrare alcun segno di debolezza o sentimenti che mi avrebbero portato a perdere la calma, anche se ne avrei avuto tutte le ragioni: volevo essere forte come debbo esserlo e così come credono lo sia i miei figli.
E dopo una lunga attesa, due settimane dopo il giorno in cui avevo avuto la notizia della visita, settimane trascorse a pensare nella tensione, l’agitazione e l’eccitazione, e durante le quali avevo fatto fatica a prender sonno, il rappresentante dei prigionieri venne ad annunciarmi che la visita ci sarebbe stata, proprio quel giorno. Avrei dovuto prepararmi a uscire dalla cella nel giro di un’ora con un gruppo di 16 prigionieri, con il secondo sottogruppo. Ho cercato di nascondere la mia agitazione, di mostrarmi indifferente di fronte ai compagni che condividono con me la cella, Ahmed al-Barghouthy e Nasser ‘Abidat.
Finalmente sono uscito e sono andato verso la stanza dove si ricevono le visite, verso un’altra attesa e la perquisizione, con il cuore che batteva a spron battuto… E dopo esser passato attraverso varie porte, eccomi di fronte ai miei amati figli ed amici, di fronte a Qassam, a Sharaf e a Arab…
Ci separa un divisorio di vetro, il divisorio impostoci con la sopraffazione, che mi impedisce di annusare l’odore del loro fiato… ho afferrato la cornetta del telefono per parlare con loro… dall’altra parte del divisorio c’erano solo due cornette: Arab e Qassam le hanno afferrate ma Sharaf aveva difficoltà a sentire. Un istante… e in un baleno abbiamo iniziato con le risate e le domande. Mi hanno portato i saluti appassionati di loro madre, Fadwa, la mia moglie amata, e della mia figlia carissima, Ruba, e di mia nipote Talia, che a tutt’oggi non ho potuto incontrare. E li ho ascoltati raccontarmi di come stavano, dei loro programmi e dei loro piani per il futuro.
Qassam e Sharaf mi hanno parlato della scelta delle loro future mogli, e delle due ragazze, di dove erano, che cosa facevano, cosa stavano studiando… Ma io, a ciascuno di loro, ho fatto una sola domanda, una domanda che a mio avviso è il fondamento di tutto: “Ma tu la ami?”.
Mi hanno risposto con un grande sì e ho capito che erano sinceri. E allora mi sono sentito tranquillo, rassicurato, e non ho più avuto bisogno di sapere chi fossero le famiglie delle ragazze e di dove fossero e come fossero: tutte cose sulle quali devono decidere i miei figli, la scelta è loro e io la rispetto.

Mi hanno parlato del loro lavoro e dei loro studi… dentro di me sentimenti contradditori si combattevano: da un lato c’era la felicità e la gioia di vederli così, belli, il portamento elegante, i volti luminosi e le risate incantevoli, dall’altra, per alcuni secondi, alle loro immagini, così come mi apparivano in quel momento, si sovrapponevano e si mischiavano quelle di loro ancora piccoli come li avevo lasciati con la paura che avevo sempre provato per loro e la percezione violenta, di una violenza indescrivibile e in continuo crescendo, della loro mancanza… un vuoto e una mancanza che si allargavano e si allargavano e che neppure la terra e il cielo e le costellazioni tutte potevano contenere…
Se da un lato mi sentivo in dovere di distribuire equamente il mio tempo fra loro tre, dall’altro sentivo però che il tempo a disposizione si stava esaurendo in fretta… 45 minuti, solo 45 minuti e io volevo poter ascoltarli e rispondere almeno ad alcune delle loro domande e sentivo il loro intenso desiderio di guardami in faccia, di guardare il mio corpo. Mi guardavano come se volessero essere sicuri che questo era proprio loro padre e ho pensato che le immagini si confondessero anche nella loro mente e ho intuito che se avessero potuto avrebbero voluto raccontarmi delle storie… tredici anni di storie e racconti, tredici anni in cui hanno vissuto privati del padre che li amava appassionatamente, un sentimento che loro ricambiavano, un padre che non si sono mai trovati accanto nel momento del bisogno, quando andavano a scuola, un padre che non andava alle riunioni dei genitori, che non li accompagnava a scuola ogni giorno come fanno i padri… si svegliavano e alzavano da soli ogni mattina, senza un padre che li baciasse in viso o sulle guance… andavano a scuola da soli e non trovavano al loro ritorno un padre che li accompagnasse in palestra o nei negozi per comprar loro giocattoli, un padre che giocasse con loro a calcio o a pallavolo, giochi che loro amavano tanto, un padre che non nuotava con loro alla Sirrieh di Ramallah [un circolo sportivo e culturale famoso a Ramallah n.d.t] o che li portasse al mare, che raccontasse loro del suo primo amore e che mitigasse le norme draconiane imposte dalla loro mamma piena di apprensione per loro.
Avrei voluto scusarmi per quella lunga assenza obbligata. Un’occasione che forse non si sarebbe ripetuta. Ma ho avuto paura: sarebbe stato un momento di debolezza, un cedere ai sentimenti che avrebbe liberato un mare di tristezza, di dolore e di lacrime tenute a bada, imprigionate dentro di me per tutti questi anni, celate ai miei compagni di cella e ai carcerieri…
Così, oggi ho tenuto nascosto tutto questo ai miei figli, benché avessero il diritto di ricevere le mie scuse perché li avevo lasciati senza chiedere il loro permesso, lo stesso diritto che aveva loro madre… ma ho avuto paura di non poter resistere e mantenere il controllo di me stesso, e che, se fosse successo, sarebbe stata molto duro e difficile… Ho preferito non farlo malgrado fossi convinto del loro diritto alle mie scuse per quella lunga assenza… mi hanno dato qualche informazione sulla loro salute, il loro lavoro e i loro studi e sui loro programmi e sulle ragazze che avevano scelto come compagne della loro vita… li ho ascoltati mentre mi raccontavano che il giorno del loro matrimonio era vicino, l’estate dell’anno prossimo, e che si sarebbero limitati a una festa di fidanzamento modesta quest’estate… E sono stato felice per loro con tutto il cuore e mi sono complimentato per loro e per il loro coraggio… Durante tutta la mia detenzione ho cercato di far in modo che non facessero dipendere i loro programmi e il loro futuro dal mio destino…

Avrei avuto mille domande da fare, ma il tempo è una spada affilata e, prima che potessimo cominciare a entrare un po’ nei particolari, si è levata la voce del carceriere che ci diceva che la visita era finita. Ho tentato di ignorare il suono della voce del guardiano per guadagnare un minuto o due, ho raccomandato loro di prendersi cura di loro madre e di loro sorella e sono rimasto a salutarli con la mano e a mandar loro dei baci mentre uscivano dalla stanza delle visite salutandomi con le mani, gli occhi fissi su di me fino al momento in cui la porta è stata chiusa… sono tornato nella mia cella e le loro voci mi avevano turbato… ho cercato di godermi quei pochi minuti che avrebbero costituito una scorta di combustibile per la mia memoria… Così che ogni mattina, quando corro da solo, i miei figli siano tutto il tempo con me, insieme alla mia amata moglie, e al mio paese, con i suoi tanti tormenti e problemi.”

Un grazie a Piera Redaelli per la traduzione dall’arabo.
Campagna Internazionale per la libertà di Marwan Barghouthy e i prigionieri palestinesi – email: freemarwan.italia@gmail.com

 

 

 

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Create a website or blog at WordPress.com

Su ↑

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: